Intervista a Caterina Notte: foto come visioni di forza femminile

 

L'INTERVISTA E' UN'ESCLUSIVA DI CICCHETTI D'ARTE


1- Lei ha intrapreso la sua carriera da artista fotografa mentre studiava Economia all’Università La Sapienza. Cosa è stato di preciso a spingerla ad intraprendere questo percorso?


E' stato un percorso abbastanza lineare a modo mio, ho scelto Economia perché ero affascinata dai pensieri e dalle teorie economiche che partono dall'individuo per arrivare alla collettività, che esplorano i bisogni e le necessità dell'essere umano in funzione della sua perenne ricerca del piacere e della felicità. Frequentavo la sala computer dell'Università e lì c'era uno scanner che ho cominciato a usare per scansionare dei miei autoritratti e un giorno ho avuto l'idea di scansionare direttamente il mio corpo dal vivo, così è nato Genetics, il mio primo lavoro: rappresentazioni del mio doppio o dei miei doppi, che ricostruivo digitalmente e pittoricamente al computer dopo essermi scansionata in pezzi sul piccolo schermo A4 dello scanner. Poi li riassemblavo creando un interessante effetto straniante: ero io ma allo stesso tempo non ero più io. Il risultato erano delle fotografie molto verosimili di una realtà non presente ma possibile che poi stampavo con lambda su grandi lastre di alluminio. Le ho presentate e da lì è iniziata subito la mia carriera d'artista.



2- Nei suoi lavori cerca di rappresentare la sessualità femminile, per lei presente anche senza ‘makeup ed un uomo accanto’. Cosa è per lei ‘sessualità’, e come si manifesta?


La sessualità è la forza insita nell'essere umano, è la propulsione alla vita, è alla base del benessere e della libertà individuale. E' ciò che ha permesso alla vita di continuare sul pianeta terra e ci accompagna dalla nostra nascita fino alla morte. Il problema è che purtroppo viene molto spesso oscurata dando origini a problemi di vario tipo o viene rinnegata e messa da parte perché ritenuta pericolosa o non necessaria. Ma è solo fraintesa. Dall'accettazione della nostra sessualità discende la perfezione della nostra vita. La sessualità della donna poi è molto complessa, si sviluppa su più livelli che si intersecano tra di loro, per questo è affascinante, quella dell'uomo è forse un po' più semplice. Per troppo tempo il femminile si è plasmato in funzione dell’uomo: ma l'uomo non è più la misura della donna. Nell'arte troviamo non a caso molto spesso lavori che esaltano la sessualità maschile e il concetto di bellezza maschile è stato fin troppo ben definito. La donna invece è stata molto esplorata ma ne sono convinta, non è stato dato visivamente abbastanza rilievo alla sua sessualità nella dimensione quotidiana e sociale, oltre che estetica. Ha sempre prevalso l'identità e il corpo della donna nella dimensione del dolore, della sua natura di madre, di donna come parte di un sistema basato in realtà sul maschilismo. Ma la donna non è solo questo. Io invece voglio parlare della bellezza, della donna come soggetto che trae potenza dalla sua sessualità ma lo fa in maniera silenziosa, energica e precisa, elegantemente femminile, per affermarsi e non solo per denunciare. Attraverso le mie immagini di ragazze e donne che esprimono la loro sessualità in piccoli gesti, nella loro nudità, o nel loro bendarsi miro alla potenza. Quella che nasce dall'abbandono, dal sapersi accettare. E naturalmente parlo anche della libertà, ma nei miei lavori la libertà non è mai concessa dallo sguardo maschile. E questo spesso irrita. La libertà non concessa fa senz'altro più paura. In 49dolls affronto il tema della scoperta della sessualità che include il cambiamento del nostro corpo ma anche le nostre paure, le nostre incoscienze. Forse è il cambiamento più veloce cui assistiamo nella nostra vita, il corpo si trasforma quasi incontrollatamente e il giudizio di noi stessi è in realtà la somma dei giudizi degli altri. 49Dolls parla dell'immagine corporea che ci costruiamo e di quanto può essere dura l'accettazione, parla della paura e della ribellione. Il mondo rappresentato in 49Dolls è un mondo di ricordi e di oggetti che fanno parte del mondo infantile o adolescenziale e che ci portiamo inevitabilmente dietro. 




3- Lei parla della complessità del genere femminile tramite opere come ‘Genetics’, ‘Aliens Form N.0’ e ‘Predator’. Che messaggio vuole trasmettere circa il soggetto al pubblico?


Fin dall'inizio della mia ricerca ho scelto di lavorare col soggetto femminile che conoscevo meglio, me stessa. Dopo un po' ho capito che non ero più abbastanza così mi sono spinta oltre me senza allontanarmi troppo e ho dato inizio alla mia ricerca continua di soggetti femminili che ho scoperto nel tempo essere molto complessi. Ma la complessità mi affascina e quella femminile come dicevo si muove su più livelli, più o meno trasparenti più o meno sovrapposti. Proprio perché così strutturata ho preferito affrontarne un aspetto per volta, anche perché la mia indole mi spinge sempre verso l'essenzialità e la semplicità. In Genetics è presente appunto il dualismo umano, la rappresentazione dei livelli, due fisicità, il terreno e il virtuale, le due dimensioni, due aneliti. Nella serie Aliens Form N.0 il tema centrale è il corpo della donna inteso come carne che si trasforma, che assume un'altra identità. Aliens è ciò che viene da dentro di noi ma che è completamente estraneo a noi perché insolito e inaspettato. La donna che ha la capacità di afferrare questa possibilità si riforma nella potenza. Ecco quello che spaventa! La non staticità crea in genere un po' di timore soprattutto nell'uomo, è un po' come assistere ad una scossa tellurica inaspettata. Aliens è anche nudo, perché nuda è la carne. Con Predator riscrivo la debolezza, il corpo della donna è potere ma non solo in senso fisico. Un corpo che cambia è sintomo di capacità di adattamento, di orizzonti da raggiungere e di non-paura.


4- In alcune sue fotografie sono presenti dei nudi. Che rapporto ha con la nudità, e vi è qualche simbolismo celato in questi suoi lavori?


Del simbolismo trovo interessante il voler percepire la realtà con l'anima. E del surrealismo il suo tentativo di generare il dubbio, di creare incertezza nella realtà data per scontata. Il mio lavoro mira a percepire la realtà nella sua incertezza. Nonostante queste affinità concettuali formalmente e visivamente mi sento comunque lontana da queste due correnti. La nudità mi interessa perché mi dà la possibilità di percepire meglio e più sinceramente il soggetto che ho di fronte, che viene messo a nudo, diventa incerto non solo visivamente ma anche psicologicamente. E' come se non avesse più

difese e barriere. La donna che è soggetto così complesso agisce come una cartina di tornasole, cambia a seconda dell'ambiente col quale interagisce e quando è messa a nudo fornisce indicazioni sul proprio corpo che di solito non sono visibili. Il corpo nudo non può più nascondersi, non ha appigli che potrebbero giustificarne la nudità stessa e i messaggi che manderà parleranno di altro. Se potessi lavorerei solo con soggetti nudi ma non più di due volte con lo stesso, non vorrei che il sentirsi finalmente a proprio agio cambiasse nuovamente le cose. Ad ogni modo la mia ricerca mi spinge sempre più verso una rappresentazione concettuale e formale del nudo, credo che il nudo femminile nell'arte sia ancora un corpo inesplorato. Per me è una sfida importante.





5- Che donne, artiste e non, l’hanno ispirata, motivata o supportata lungo la sua vita personale e carriera?


La prima donna che mi ha supportato è stata mia madre, ha sempre supportato la mia ricerca artistica contemporaneamente ai miei studi perché credo si sentisse un po' come messa in gioco nella sua parte creativa. E' stato molto importante per me. La seconda donna è stata Paola Magni, una donna eccezionale disillusa dal mondo ma che ha dato inizio alla mia carriera e che mi ha lasciato un messaggio imperituro. Donne che mi hanno ispirato? Direi la Ellen von Unwerth con le sue donne piene di sessualità, emancipate e libere e il suo mondo irriverente e così femminile. Mi piacerebbe riuscire a fare nell'arte la stessa cosa che lei ha fatto nella moda. Creare un mondo femminile inconfondibile con donne prese dalla vita di ogni giorno che si rendano libere attraverso i miei scatti.





6- Presto saranno disponibili due suoi cataloghi chiamati ‘Amelie’ e ‘Lizabeth’. Come si distinguono questi ultimi dalla sua raccolta ‘Supergirls’, rilasciata circa una decade fa?


Cosa è cambiato nella sua arte in 10 anni? È cambiato molto da Supergirls. Quel progetto nasceva in Sardegna e coinvolgeva, tramite una messa in scena con casting, website e annunci, ragazze che volevano per la prima volta diventare una supereroina. Era una riflessione sul proprio corpo, sullo spazio in cui il proprio corpo si muove. Il libro che chiudeva il progetto ha avuto la prefazione del giornalista Gianluca Nicoletti, un testo del filosofo Mario Perniola e di altri interessanti ricercatori come Alvise Mattozzi e Roberto Terrosi, Valentina Bernabei. Visivamente era un progetto anche molto pop, colori brillanti ma assolutamente reali quasi senza post-produzione. Era anche un lavoro sulla luce del giorno. I due libri Amelie (sottotitolo My own private Amelie) e Lizabeth nascono invece da un progetto iniziato a Monaco di Baviera dove vivo metà anno nella stagione invernale. Amelie e Lizabeth sono solo due delle ragazze che ho conosciuto come al solito nel web ma che hanno voluto affrontare insieme a me un percorso sul proprio corpo che andasse un po' più a fondo, con coraggio. I social ci sommergono di immagini di ragazze nude e provocanti, ormai è diventato del tutto normale. Ma non è affatto facile ottenere per esempio la loro partecipazione in un mio progetto. Sono come rintanate dietro il loro piccolo schermo senza uscita, sembrano disposte a tutto ma non a uscire da lì. Nel mio progetto ho chiesto a queste ragazze di comportarsi esattamente come durante un loro selfie, di concedermi la possibilità di essere il loro specchio. Così ho tentato di fotografare questo rapporto di fiducia e di riscoperta di se stesse che è nato nello spazio tra di noi. Ogni scatto era una discesa sempre più profonda. Dalla timidezza iniziale alla totale partecipazione. Da Supergirls ad oggi la mia ricerca sul corpo è diventata senz'altro più “cruda”, e più sessuale.


7- Lei ha esposto in tutto il mondo. Se potesse scegliere, dove esibirebbe i suoi lavori, e perché?


Mi piacerebbe molto fare un progetto espositivo in Oriente o in nord Europa, Norvegia, Svezia o in Russia. Lì non mi è ancora capitato e come emotività sento queste terre molto vicine con le loro lande desolate, le figure algide dagli occhi spiazzanti, il loro rapporto stretto con la natura che è quasi totalizzante. Mi tornano in mente sempre le atmosfere di luci di inverno di Bergman o del treno che corre in dottor Zivago. E le trovo così terrestri e senza tempo.





8- Se potesse collaborare con qualsiasi artista e\o modella\o, chi sarebbe, e perché?


Beh mi piacerebbe collaborare sicuramente con Philip-Lorca diCorcia. Ammiro tantissimo la sua visione cinematografica della realtà. La sua versione dei colori, della luce e del buio insieme alla sua introspezione dei personaggi. E sarebbe un'avventura “ossessiva” collaborare con il regista Christopher Nolan. Lo trovo coraggiosamente preciso nelle inquadrature, nella complessità della sceneggiatura, nella scelta dei personaggi, in particolare delle sue ultime figure femminili capaci di diventare forti nella loro algidità, nessun ammiccamento, semplicemente umane. Così come particolarmente immaginifica è la fotografia maniacale, a volte livida e glaciale che esalta la magnificenza dello spazio e il disagio dell'uomo di fronte all'ignoto.


9- Come il COVID-19 e i recenti lockdown hanno influenzato la sua arte?


Tutta questa situazione è molto surreale. Durante il lockdown ero a Monaco e ho vissuto la città come fosse il mio palcoscenico, mi sentivo un po' come l'ultimouomo sulla terra, c'erano alcuni giorni in cui per ore e ore non incontravo nessuno. È una sensazione che avevo sempre sognato, ritrovarmi sola sul pianeta un po' come nel libro Dissipatio H.G. che è anche il nome di una mia video performance. Ho scattato centinaia di foto alla città vuota senza esseri umani e queste foto hanno

fatto parte del bellissimo film documentario del regista Tamal Mukherjee, “Insight” (2020/2021) per la CNA. Questa situazione continua a influenzarmi naturalmente. Sia visivamente che concettualmente. Si sono aperti dei grandi varchi che non si possono ignorare e che probabilmente non si potranno richiudere. Ci sono ripercussioni sia visive che sociali che umane. Il mio progetto Predator è arrivato al momento giusto e adesso lo sto ampliando per includere ancora meglio i risvolti sociali e umani che questa situazione di allontanamento e di costrizione sta procurando sulle persone, su quelle più deboli. Ancora di più in questo momento l'individuo deve uscirne forte, deve far affidamento sulla propria appartenenza ad un insieme più grande e rafforzarlo dall'interno. E l'arte deve intervenire in tutto questo ma non con semplici ready-made, non basta prendere la realtà così come è e trasportarla in altri contesti, a volte con operazioni anche economicamente rilevanti ma che rimangono fini a se stesse o servono semplicemente come richiamo. A cosa serve? In questo modo la realtà vince, è sempre più vera e supera l'arte, non ha alcun senso. Ha senso invece entrare dentro la realtà, affrontarla e assistere ai suoi effetti e ripresentarli magari in una nuova interpretazione per far riflettere. Bisogna mettersi in gioco. Rimanere intimi ma con un afflato universale.






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